Elogio dei vini laziali

Aleatico di Gradoli, Cerveteri Rosso, Cesanese del Piglio, Circeo bianco… Sono solo alcuni dei vitigni migliori del Lazio, terra antica di lunga tradizione enologica: da Telegono, figlio di Ulisse e della Maga Circe, fino ai pregiati DOC di oggi.

“La sera, nelle bottiglie, cantava l’anima del vino…..” Così, con una delicata immagine poetica, Baudelaire ci porta con il pensiero nei silenzi della campagna e dei casolari, dove il vino – chiuso nella  sua “prigione” di vetro da un “grimaldello” di sughero – sussulta misteriosamente nelle sue fibre segrete, intonando un inno di gioiosa sensualità alla vita.

Il vino è davvero una creatura viva, uno straordinario coagulo di suggestioni e ricordi condensati in un sorso che per scale invisibili raggiunge il cuore e la mente. Narra la leggenda pagana che Saturno detronizzato dal figlio Giove si rifugiò sui Monti Albani nel Lazio e qui vi piantò la prima vite. Si capisce dunque perché il vino di questa terra fosse già così apprezzato dagli antichi Romani, poeti come Plinio e Marziale, Imperatori come Tiberio e Domiziano o avvocati di grido come Cicerone si dilettavano tra i preziosi doni di Bacco e i dolci paesaggi della natura alle porte di Roma.

Nel Rinascimento fu la volta dei principi e dei signori che vennero a villeggiare nelle sontuose dimore troneggianti sulle verdi colline al cui richiamo non sfuggirono neppure gli antichi viaggiatori, da Goethe a Stendhal e Byron, innamorati del clima mite e della morbida bellezza del panorama intorno a Roma. Persino i Papi si stabilirono in questa terra di origine vulcanica rallegrata dai laghi e dai boschi ed elessero la loro residenza estiva a Castelgandolfo, affacciata sull’incantato scenario del lago di Albano. Più a nord, Viterbo anch’essa giustamente famosa per la qualità dei vini prodotti nella zona, reca le fastose testimonianze delle preferenze ed onori tributati dai sovrani pontifici.

Ma torniamo ai Castelli e alle ridenti cittadine che sono la patria naturale del vino, quel nettare biondo dal sapore asciutto, ideale accompagnamento della cucina popolare romana. Frascati, fondata secondo una leggenda da Telegono, figlio di Ulisse e della maga Circe, che dà il nome a tutto il bianco secco della produzione locale; Marino, celebre per un pregevole bianco (ma pure il rosso lascia il segno), contende a Frascati il primato vinicolo essendo la città della sagra dell’uva, che ogni anno la prima domenica di ottobre attraversa le sue strade nel tripudio collettivo ricambiato dal festoso zampillare della Fontana dei Mori che versa acqua – miracolo! – tramutata in vino; e poi ancora Albano, Lanuvio, Velletri, Ariccia, ricordata da Orazio nelle sue satire, e tutti i vigneti baciati dal sole che donano un vino generoso, “amico” dell’uomo nel suo dialogo intimo e confidente con il bicchiere, capace di sollevarlo almeno in parte dalle pene del vivere.

Questo vino che rappresenta una delle risorse principali della regione fin dai tempi più remoti veniva portato nella grande città dal carrettiere, caratteristica figura di lavoratore oggi scomparsa, che aveva il compito di rifornire le osterie con i barili di vino, spesso annacquato, come sospetta un’arguta canzone popolare. Frutto di una vendemmia molto tarda, e di un’uva raccolta ormai quasi appassita sulla pianta, pigiata ancora a piedi nudi, il vino per non perdere la sua integrità doveva essere trasportato al passo e percorrere non più di cinque chilometri l’ora. Per arrivare dunque a Roma, a seconda della distanza, i carrettieri potevano impiegare anche un’intera nottata, trascorsa cantando, come vuole un’allegra tradizione, e sorseggiando una foglietta del prezioso carico. Una frasca o una bandiera rossa indicavano poi agli avventori le osterie dove il vino era stato appena scaricato, e la festa poteva avere inizio.

Oggi il quadro d’insieme è certamente cambiato, ed il rilancio dei vini laziali, caratterizzati fino a ieri più dalla quantità che dalla qualità, è ormai una solida realtà, grazie soprattutto all’intervento di nuove colture ed avanzate tecniche di produzione. I Castelli Romani con le loro piccole e grandi aziende producono la gran parte dei vini DOC del Lazio e quasi la totalità dei bianchi: un fiume di paglierino, colore oro brillante e dal sapore asciutto e fresco, ravvivato dal rubino dei rossi, morbidi e vellutati.

Il Frascati è l’emblema dei vini locali – assorbendo una percentuale notevole della vendemmia, alla quale contribuiscono altri vitigni limitrofi, come Monte Porzio e Grottaferrata – e quello di più spiccata personalità, grazie anche alla produzione superiore a più alta gradazione alcolica di forte impatto gusto-olfattivo. Più a sud, nella provincia di Latina, troviamo una zona giovane dove sono localizzate tre DOC di rilievo: Aprilia (Merlot, Sangiovese, Trebbiano), Circeo e Cori. Alla provincia di Frosinone appartengono l’Atina e il Cesanese del Piglio, ottimi rossi e perfetti compagni di tavola per i cibi a base di carne della tradizione locale.

Tornando verso Roma, altri DOC di tutto rispetto: Bianco Capena, Castelli Romani, Cerveteri, Cesanese di Affile, Colli Albani, Colli Lanuvini, Genazzano, Marino, Montecompatri Colonna, Nettuno, Olevano Romano, Tarquinia, Velletri e Zagarolo. Nella zona di Viterbo, infine, alcuni DOC che soprattutto di recente hanno registrato un’impennata qualitativa, ottenendo prestigiosi riconoscimenti: Aleatico di Gradoli, Colli Etruschi Viterbesi e Colli Etruschi, Est!Est!Est! di Montefiascone, Vignanello, senza dimenticare la zona dell’Orvieto, compresa nel territorio del comune umbro ed in parte in quello della provincia di Viterbo. Accanto ai vini DOC, i meno nobili ma altrettanto godibili vini da tavola e sfusi che riempiono i bicchieri di una “pozione magica” che scalda i cuori, rinvigorisce il fisico e propizia i sogni.

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