Photo Soul Food

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Eleonora Vasco, 24 anni.
“La fotografia, posso dire con certezza, è la passione che mi accompagna da più tempo; il cibo è la vena artistica che si fonde con essa: con la food photography ho trovato un amore che non credo tradirò mai. Pur essendo giovane, mi piace fotografare da molti anni.
Ho esplorato numerosi ambiti, ma non ho mai lasciato i miei attrezzi da cucina. Da piccola mi piaceva sfogliare le riviste di moda, amavo D di Repubblica e la sua rubrica culinaria. Quando ho cominciato a scattare non sapevo di poter unire le mie più grandi passioni, tra cui spiccava anche la scrittura. Poi, qualche anno fa, la scoperta: la fotografia di food. Oltre ad approfondire la tecnica fotografica, pian piano ho cominciato ad intrecciare l’immagine, il cibo e la penna, esplorando e analizzando soprattutto i motivi della mia passione visiva per il cibo.
La mia tesi triennale al DAMS dell’Università di Roma Tre è stata incentrata proprio sullo studio della spettacolarizzazione del cibo in ambito televisivo e fotografico. Con queste pagine ho, diciamo, tirato le somme di tutto quello che il mio occhio, seppur ancora inesperto, ha notato da quando ne ho memoria, perché ho sempre nutrito, fin dall’infanzia, un amore viscerale per la cucina.
La tesi comincia descrivendo il legame, fortissimo, ombelicale, del nostro Paese con il cibo, per poi storicizzare lo sviluppo delle immagini culinarie, dai primi semplici e monocromi ricettari trovati nelle credenze delle nonne, per passare al trionfo della piattezza e della quantità degli anni ’70-’80, fino allo sviluppo delle tecniche contemporanee, ad esempio, il bouquet che, anche grazie a Photoshop, rendono sempre più simili le pietanze a delle modelle. Mi sono letta e informata su tutto ciò che ho trovato interessante, spaziando dai blog, a siti come FoodPornDaily, ai nuovi mestieri di food photographer e food stylist, alle esposizioni di intagli di frutta e verdura che oggi creano tanto stupore, ma che in realtà sono di derivazione antichissima.

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Studiando la nostra società, mi sono resa conto che, come nel mio caso, per moltissime persone il cibo è davvero sacrale. E’ una religione, né più né meno. Molto spesso non riconosciuta: paganissima, ovviamente; spesso sottovalutata perché o troppo naturale, o per nulla. In taluni casi, infatti, fa parte della vita quotidiana in maniera decisamente superficiale, in altri, invece, è assolutamente radicata. Tanto che, se la vita ponesse dei motivi per cui allontanarsene (diete, malattie, soggiorni in paesi esteri in cui manca una cultura cibica), sarebbe per questi soggetti un serio problema, un motivo per cui crucciarsi.
Spesso, per chi eccede, diventa un’ossessione, oppure uno sfogo, che purtroppo si riversa nell’obesità, nel diabete e nelle malattie contemporanee legate al lusso di poter consumare quantità infinite di cibo, spesso chimico e nocivo per il corpo.

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E allora libera la fantasia e trova combinazioni al limite dell’impossibile, ignorando le dosi delle ricette e accostando colori, materie, forme impensate. Non parlo solo della casalinga che sostituisce lo yogurt al latte per il suo ciambellone, ma proprio di quelle scuole di pensiero un po’ eccentriche che hanno rivoluzionato la cucina, come la nouvelle cuisine o la cucina molecolare.

Spesso, poi, è uno sfogo fisico, un potente anti stress. Con un coltello in mano, chiunque può divenire il protagonista di una riedizione di Psyco se contrappone la propria individualità a quella di un altro, ma in ambito gastronomico è accettata la sezionatura, è naturale esternare la propria aggressività su qualcosa che è – per definizione – soggetto ad essere tagliato, a meno che, ovviamente, non si sposi la causa vegana. L’uomo primitivo che è in noi può sfogarsi affettando qualcosa; cucinare è un’attività che coniuga creatività e violenza: coltelli, forchette, lame, fuoco… basta poco per renderla l’arte del pericolo.

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Chi come me predilige il cibo, tende ad assaggiare, assaporare, toccare, tagliuzzare anche se il tempo è tiranno: azioni che, ho imparato, mi aiutano a conoscere sempre più me stessa e chi mi circonda. E’ stato proprio grazie alla food photography che si è affermata la mia personale idea dell’egemonia dell’immagine sulla parola, il suo effetto immediato.

E’ proprio per questo che preferisco “dar voce” alle foto affidandomi ad un loro linguaggio intimo e segreto, che le renda qualcosa in più di una manciata di versi e non solo semplici immagini, bensì “cibo per la mente e per l’anima”.www.eleonoravasco.com

(pubblicato su AROMA Gennaio/Febbraio 2012)

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