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“Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei”: questa la famosa massima del gastronomo e pensatore francese Jean Anthelme Brillat-Savarin inclusa nel suo trattato “La fisiologia del gusto” (1825). Il libro non è un ricettario e nemmeno un testo scientifico, bensì un campionario di considerazioni sul cibo e sui suoi aspetti sociali, oltre che gastronomici. E come dimenticare Ludwig Feuerbach, che denominò una sua famosa opera del 1862 “Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia”: “Der Mensch ist was er isst”. L’obiettivo manifesto che Feuerbach si pone è, naturalmente, quello di sostenere un materialismo radicale e anti-idealistico, a tal punto da portarlo a sostenere che noi coincidiamo precisamente con ciò che ingeriamo. Forse questa coincidenza tra essere e mangiare potrà sembrare un po’ eccessiva, ma è innegabile il fatto che, se siamo, è perché mangiamo. Un antico adagio postula che non si può pensare con la pancia vuota: Aristotele stesso ci ricorda, nella “Metafisica”, che la filosofia nasce quando l’uomo ha risolto i suoi bisogni primari. Dall’antica Grecia di Epicuro e Platone fino a Marx ed Hegel, la filosofia si è sempre occupata di un aspetto così importante come l’alimentazione, senza però soffermarsi sui motivi più insiti che spingono ognuno di noi a preferire sostanze, colori e stili di nutrizione. Secondo antichi testi medici orientali, da sempre alla ricerca del benessere del corpo unito a quello della mente, si hanno diverse spiegazioni circa i desideri e le preferenze alimentari. Per la medicina Ayurveda, ad esempio, le emozioni sono direttamente correlate con la diversa natura del cibo che una persona può preferire: l’ansia, lo stress e le sensazioni di tanto lavoro, accanto alla mancanza di tempo per se stessi, possono indurre languori per lo zucchero, il senso di paura porrebbe l’esigenza di cibi salati, mentre l’ansia susciterebbe la voglia di cose acide. La medicina cinese, invece, sostiene che le persone dal temperamento tranquillo sono propense verso il gusto dolce, le persone dinamiche e aggressive preferiscono il salato, mentre i creativi sono attratti dall’agrodolce. Per converso, uno dei capisaldi della medicina occidentale sostiene che le donne siano più golose degli uomini: fisiologicamente, le donne produrrebbero meno serotonina – nota come “ormone del buonumore” – rispetto ai loro compagni maschi. Poiché essa viene sovrautilizzata in situazioni di stress e nervosismo, le donne avvertono prima degli uomini la necessità di ricostruire le loro naturali riserve e ciò potrebbe spiegare perché tendono a consumare cibi più zuccherati. Nessuno ha mai espresso meglio il bisogno di “qualcosa di buono” dello spot anni ’90 della Ferrero Rocher, che vedeva come protagonisti un’elegantissima signora vestita di giallo ed il suo acuto ed efficiente autista maggiordomo.

Se già l’antica India o la Magna Grecia, fino agli eccelsi filosofi novecenteschi, avevano cercato di individuare i nostri comportamenti alimentari, meno indagati da sempre sono i motivi ancestrali che ci spingono a comportarci in un determinato modo con il nostro “carburante” giornaliero. E’ qui che ci viene in soccorso la psicoanalisi, con i suoi studi più profondi e meno generali. Carl Gustav Jung, allievo del grande Freud, suggerì nel suo testo “Tipi Psicologici”, pubblicato nel 1921, una divisione fra gli individui ben definita che, a prescindere dal sesso maschile o femminile, si potesse riassumere in due grandi categorie: introversi/e ed estroversi/e. Partendo dai suoi studi e approfondendo ancor di più la natura umana, è interessante cercare di carpire le qualità insite nei due generi per giungere a conclusioni affascinanti anche in questo campo. Ogni individuo, in genere in relazione alle figure parentali frequentate nell’infanzia, è cresciuto con un’alimentazione che si potrebbe definire qualitativa o quantitativa. Le persone che ci hanno allevato hanno potuto trasmetterci un bisogno di cibo razionale e strettamente legato alla “sopravvivenza”, oppure un legame strettissimo con gli alimenti e fortemente dipendente dalla loro quantità. Vengono subito in mente due tipi di figure: nel primo caso, una madre solitamente magra, poco amante dell’ambito culinario e disposta a bilanciare i nostri pasti equilibrando proteine/frutta/verdure/carboidrati; nel secondo, una genitrice tipicamente “in carne”, soprattutto con il passare dei suoi anni, convulsiva abitatrice dell’ambiente cucina e dispensatrice di ampie porzioni grondanti ammanimenti. Ecco quindi che fin da piccoli il cibo ci viene servito e presentato secondo una casualità che non ci è possibile stabilire (poiché nessuno può scegliere i propri genitori), da due generi di individui: dal tipo introverso, meno appassionato di cibo, o da quello estroverso, tipologia naturalmente portata verso l’esaltazione dello stesso. Se le tipologie di madri e figli/e si incrociano, ovvero se una madre introversa tenta di nutrire un figlio estroverso (maschio o femmina che sia) e viceversa, cominciano i guai: le disposizioni psicologiche si scontrano in un duello silenzioso che non avrà mai fine, se non tentando di spiegare, da una parte e capire, dall’altra, le proprie ragioni ed i propri bisogni. Rimangono valide, aldilà di tutte le dissertazioni del caso, le parole dell’antropologo americano Marvin Harris: per ognuno di noi “E’ buono da mangiare ciò che è buono da pensare”.

di Eleonora Vasco
(Pubblicato su Maggio/Giugno 2012)